“Custodi dei nostri fratelli”: lettera del parroco per l’inizio dell’anno pastorale

«Va e anche tu fa così» (Lc 10, 37)

Per essere custodi dei nostri fratelli

Carissima comunità di San Pietro Apostolo,

care famiglie,

è stato da poco inaugurato dal nostro Vescovo Sergio il triennio pastorale diocesano dedicato all’Eucarestia, dove attraverso il racconto dei discepoli di Emmaus, siamo chiamati a metterci ancora in movimento per consentire al Risorto di venirci incontro, camminare con noi, spezzare il pane per noi, farsi riconoscere, perché possiamo contemplarlo e anche percepire la forza missionaria del vangelo. «Questo triennio – scrive il Vescovo – dovrà aiutarci a rifondare e a ricomprendere una “ecclesiologia eucaristica” in cui ogni battezzato possa trovare il proprio posto nella Celebrazione, come nella vita della Chiesa».

Si è avviata, intanto, timidamente, anche una nuova ripresa della nostra vita personale e comunitaria, una ripartenza di attività, di incontri e di scambi nel tessuto sociale, economico e nelle comunità parrocchiali che ci ha fatto per un attimo sperare che dopo mesi di paure, di dolore e di tensioni, potessimo tornare ad una vita normale. Forse è ancora presto per cantare vittoria, ma non lo è per riuscire a ricalibrare la nostra vita e il nostro tempo in maniera opportuna.

Purtroppo ci stiamo già accorgendo, a causa della risalita esponenziale del numero di contagi, che la presenza del virus è ancora forte e rincalza malgrado tanti accorgimenti. Dobbiamo farci trovare pronti anche a nuove restrizioni che inevitabilmente inizieranno a tornare. È necessario pertanto un clima di assoluta vigilanza a tutte le norme anticovid, dal distanziamento, alle mascherine, all’igiene. Forse le pressioni mediatiche ci mettono paura, ma sia per intelligenza e per prudenza e dedizione, l’impegno a essere attenti agli altri e a noi stessi non può che rinnovarsi e essere collettivo, senza lasciarci prendere da nuovi timori e da scoraggiamento.

C’è un tempo di grazia dietro ogni difficoltà

I nostri Vescovi italiani ci dicono che è tempo non tanto di ri-partire, che potrebbe portare con sé l’infausto lassismo, ma di ri-cominciare. Significa cominciare un tempo nuovo della nostra vita individuale ma anche in ambito pastorale e sociale, da vivere con pienezza alla luce della Parola di Dio, dove la Grazia di Dio potrà farci sperimentare una novità di vita e di stile da tempo ricercati, anche se ancora in compresenza e mi permetto in “convivenza” con un virus che ha stravolto le nostre esistenze.

Siamo chiamati a interiorizzare la portata del cambiamento in atto e la conseguente opportunità ecclesiale. «Le sfide esistono per essere superate” – dice Papa Francesco nelle Evangelii Gaudium 109 – Siamo realisti, ma senza perdere l’allegria, l’audacia e la dedizione piena di speranza!». «Non lasciamoci rubare la speranza!». «Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla».

In questo anno pastorale vorrei insieme con voi accogliere l’invito che Gesù rivolge al dottore della Legge che per metterlo alla prova: «Maestro cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» (Lc 10,25). È una domanda di senso, profonda, chiara, provocante, da porci anche noi personalmente per recuperare la dimensione dell’eternità. Il colloquio che ne nasce nel racconto, Gesù lo basa da un lato sul piano personale della legge, chiedendo a quell’uomo come stia vivendo la legge. Anche ciascuno di noi è chiamato a chiedersi: amo Signore con tutto me stessi, con tutto il mio cuore, con tutta la mi anima, con tutta la mia forza e con tutta la mia mente”? Dall’altro lato la domanda si sposta sull’amore al nostro prossimo; è così che potremmo anche noi, per opportunità, lasciarci interrogare dalla stessa storia che Gesù gli racconta del buon samaritano, è la nostra coscienza a dover parlare. Il samaritano, che si ferma a soccorrere le ferite di un uomo solo, diventa da estraneo e straniero, un familiare e un operatore sanitario di elevato spessore umano. L’unico che veramente si ferma, che si mette a disposizione del malcapitato, l’unico, rispetto a un sacerdote e un levita che pure passano davanti a quel corpo martoriato, che si prenderà cura di lui, che lo carica sulla sua cavalcatura, lo porta in albergo, si assicura che l’albergatore risponda alle esigenze di quell’uomo. Il samaritano sa fare così “rete” con altri nell’aiutare il suo prossimo, visti i suoi pratici impedimenti (dovrà ripartire), e paga con del suo le spese.

Questo racconto di fatto apre la strada ad un impegno concreto verso l’altro che è il fondamento per ereditare la vita eterna. È forte come aspetto mentre noi siamo attenti in maniera individualista a salvare noi stessi, Gesù, invece, continuamente ci ricorda che è salvando gli altri, prendendoci cura del nostro prossimo, che salveremo la nostra vita. «Chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo la salverà» (Mc 8,34).

Chiamati a umanizzare la nostra società

Abbiamo tutti da imparare dalle situazioni che viviamo, per farci “esperti di umanità” e “attenti custodi dei fratelli”. In queste due espressioni vedo tutta la responsabilità di chi oggi si fa esperto non tanto sui social, ma nella vita concreta. Innanzitutto ridando centralità all’uomo, nel suo essere figlio di Dio e custode del creato; un uomo con una dignità straordinaria che non può più essere considerato merce di scambio economico e fautore del benessere individualistico. Già Paolo VI nel 1965, in un periodo storico complesso e ricco di tensioni internazionali, ricordava che “siamo esperti di umanità: «Non si costruisce soltanto con la politica e con l’equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere di pace». Non possiamo assistere a quella che per molti anni è stata la corsa alla ricerca del cliente, tanto da parte delle multinazionali quanto giustamente dei singoli commercianti e produttori. Tutto quello che vediamo in giro, dagli strumenti mediatici, alla pubblicità, alla vita aziendale, ha finalità lucrose. E noi cristiani siamo diventati a volte asservitori di un sistema che fagocita l’essere umano senza permettergli di vivere con gratuità. Tutto ciò, come in un girone dantesco dell’inferno, corre il rischio di una implosione del sistema uomo che divora se stesso, per finire a morire di ferite autolesionistiche inferte in maniera subdola e inavvertita. Pensiamo solo, ad esempio, al creato: «I cambiamenti climatici – ci ricorda il papa nella Laudato sii – sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità».

Essere esperti di umanità significa, quindi, saper riconoscere l’uomo nelle sue varie dimensioni per una lettura capace di accogliere le sfide che gli sono messe dinanzi e affrontarle con coraggio, così come la presente pandemia che ci vede impegnati nel riconoscere il valore dell’uomo.

La sapienza di aiuti però anche a essere “attenti custodi dei fratelli”, con vere ed efficaci attenzioni al creato e alle creature che, oggi più che mai, non possono essere derogate e rimandate. Indossare la mascherina è la prima delle più necessarie attenzioni, ma in ogni ambito e settore della nostra vita ci sono mille modi di prenderci cura degli altri. Nella lettera agli Ebrei è scritto: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). Quindi “prestiamo attenzione” ci dice la responsabilità verso il fratello; “gli uni agli altri”, ovvero il dono della reciprocità; “per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”, nel camminare insieme nella santità (cf. Benedetto XVI, Meditazione Quaresima 2012).

Massimo Recalcati nel suo nuovo libro “Il Gesto di Caino”, spiega che è proprio nella “trasgressione alla legge” l’origine di quel male che ci porta a voler diventare come Dio e a rivendicare dei diritti disumani con violenza e invidia. La mancanza viene percepita come privazione anziché come una benedizione. «Non esiste fratellanza senza riconoscimento della nostra responsabilità etica verso il fratello. Dopo aver ucciso Abele, Caino si trova confrontato alla domanda perentoria del Signor: «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9)». Una domanda che dovrebbe provocare anche noi in questo tempo nel quale abbiamo addirittura perso di vista in alcuni casi che l’altro non è la mia minaccia e non va allontanato, l’altro è mio fratello e va accolto e amato, sempre.

La fraternità universale come regola di vita comune

Nella sua nuova enciclica “Fratelli tutti(FT) Papa Francesco chiarisce ancora meglio che all’irruzione del Covid19 si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti. «Se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà» (FT 32). «Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità» (FT 8).

Ecco ciò di cui abbiamo davvero bisogno tutti: fraternità. Quella francescana, ma anche capace di vedere Dio nell’altro; o come nella capacità dei santi, tra cui Giuseppe Moscati, di vedere Dio in ogni malato. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Siamo quindi in costante bisogno di riprenderci l’essenziale della vita che rifulge nella bellezza delle relazioni. Nei mesi scorsi, quando eravamo tutti chiusi in casa, ci siamo accorti di quanto bisogno abbiamo degli altri, non tanto per realizzare noi stessi, quanto per capire chi siamo noi davvero e perché non possiamo esistere da soli. Nei mesi estivi infatti, quasi in maniera convulsa è esploso il bisogno di stare con gli altri, di uscire insieme, di trovarci per strada, di riappropriarci di quei legami familiari e amicali di cui per troppo tempo non abbiamo potuto godere. Legami che oggi nuovamente vanno custoditi dal virus, ma per i quali la riflessione sulla loro importanza per noi deve permetterci di non lasciare indietro nessuno.

«In questo senso, – chiarisce il papa – passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (FT 35). Il mio pensiero va per cui soprattutto ai nostri anziani e agli ammalati, che più di tutti corrono il pericolo dei rischi relativi al contagio e più di ogni altro soffrono per la solitudine che vivono a causa dell’isolamento forzato in casa o nei centri riabilitativi e nelle case di riposo. «L’isolamento e la chiusura in se stessi o nei propri interessi non sono mai la via per ridare speranza e operare un rinnovamento, ma è la vicinanza, è la cultura dell’incontro. L’isolamento, no; vicinanza, sì. Cultura dello scontro, no; cultura dell’incontro, sì» (FT 30). Non possiamo stare a guardare. Prendiamo in casa nostra, sia fisicamente che moralmente, le situazioni di reale bisogno e di difficoltà.

Anche l’assolutizzare e ricondurre tutti i problemi solo al covid è un grave errore da cui fuggire. La nostra società è malata di tanti mali, la nostra salute è fatta anche di tanti altre necessità che non devono e non possono rimanere negate. Pertanto anche la sanità, sia pubblica che privata, deve prendersi un carico si notevole, ma saperlo condividere con responsabilità e intelligenza con l’impegno di tutti, rafforzando anche il sistema sanitario e ogni opportunità associativa.

«Ci siamo ricordati – scrive ancora il Papa – che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto che «la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli» (FT 31).

San Giuseppe Moscati come maestro di vita

La figura che in queste settimane di incontri è venuta fuori affinché ci aiutasse in questo anno pastorale a portare avanti le due sfide esistenziali di cui parlavo prima, essere “esperti di umanità” e “attenti custodi dei fratelli”, incalza nel suo vissuto tutti e molti altri aspetti che nell’arco dell’anno ci aiuteranno a rapportare la nostra vita al Vangelo, a essere cristiani nella storia di questo tempo, ma innanzitutto ci diranno da subito a quali comportamenti o gesti direzionarci. Il santo che a cui ci rivolgeremo, sia come modello di vita che come intercessore della nostra preghiera a Dio, sarà San Giuseppe Moscati, medico santo, laico, innamorato di Cristo nei “malati”, uomo della nostra terra: a lui ci affidiamo da subito e a lui affidiamo tutto il personale medico e paramedico degli ospedali del nostro territorio. Essendo conterraneo, ci dice subito che la santità è possibile. Tra l’altro diventi anche modello dei nostri medici contro il coronavirus, e lo invochiamo perché possiamo portare avanti il suo impegno all’“umanizzazione della medicina”; è una responsabilità non solo degli operatori sanitari, ma anche dei credenti e di chi non ha il dono della fede, di chi è impegnato nella vita politica e nella vita sociale, del libero professionista e del cittadino onesto e dedito al bene: possiamo tutti fare la nostra parte.

«Ricordatevi – diceva il medico santo – che, seguendo la medicina, si assume la responsabilità di una sublime missione. Perseverate, con Dio nel cuore, con gli insegnamenti di vostro padre e di vostra mamma sempre nella memoria, con amore e pietà per i derelitti, con fede e con entusiasmo, sordo alle lodi e alle critiche, tetragono all’invidia, disposto solo al bene». E aggiungeva ancora: «Beati noi medici se ricordiamo che oltre i corpi abbiamo di fronte delle anime immortali per le quali urge il precetto evangelico di amarle come noi stessi. Lì è la soddisfazione e non nel sentirci proclamare risanatori di un male fisico».

Siamo in una storia cittadina

La nostra città che ha duramente sofferto, si trova adesso ad avere nuovamente una sua guida non più da “gestore”, anche se in maniera encomiabile è stato il Commissario Prefettizio, ma di un sindaco scelto dal popolo e dalla volontà comune; un popolo che ha ritrovato i suoi ideali e ha avuto una chiara volontà di riprendere un cammino interrotto bruscamente lo scorso marzo. Nella ferma volontà di recuperare quelle tante necessità nel tessuto sociale, economico e sanitario di cui forse nemmeno eravamo a conoscenza ma che la pandemia ha evidenziato.

È questo, quindi, un tempo nuovo che, aldilà dei colori politici, dovrà trovare nella nuova amministrazione comunale, attraverso le sue varie componenti di rappresentanza, una disponibilità all’unità e non più alla divisione personalistica. Là città lo chiede, noi comunità lo esigeremo ad alta voce. La chiamata del papa a farci “fratelli tutti” riguarda anche gli amministratori di questa città e del vasto territorio irpino che ha bisogno di riacquistare fiducia e speranza.

Si troveranno sempre nella nostra comunità e nella mia persona un supporto concreto, fatto di collaborazione responsabile e fattiva, ma anche di una sana critica reciproca, perché il nostro operato per il popolo santo di Dio risponda alle reali esigenze del territorio. È compito però di tutti i cittadini: «Ogni giorno – dice papa Francesco – ci viene offerta una nuova opportunità, una nuova tappa. Non dobbiamo aspettare tutto da coloro che ci governano, sarebbe infantile. Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni. Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite» (FT77). Siamo certi che anche la politica farà il suo corso in questo tempo di crisi della nostra società, sostenendo in tutti i modi possibili l’economia delle tante famiglie che sono già in difficoltà, ma anche creando nuove possibilità di sviluppo lavorativo per le nuove generazioni sempre più in difficoltà. È fondamentale, però, a mio avviso, mettere le basi perché ci sia una qualità della vita fatta anche di distensione sociale e di servizi, di pace e di possibilità: una città moderna è una città libera da compromessi e fazioni, ricca, invece, di audacia e di relazioni, di sostegno e di vicinanza.

Anche il Santo Padre ci richiama in questo senso: “Guardiamo il modello del buon samaritano. È un testo che ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del nostro Paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale. È un richiamo sempre nuovo, benché sia scritto come legge fondamentale del nostro essere: che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano. Coi suoi gesti il buon samaritano ha mostrato che “l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro”» (FT 66).

Una comunità parrocchiale capace di rinnovarsi

Ecco che il triennio Eucaristico Diocesano è anche riaccendere la nostra missione ecclesiale, perché parla alla nostra società e alle comunità parrocchiali di una necessità in uscita dalla mensa domenicale. La stessa storia dei discepoli di Emmaus avverte che nell’eucarestia ci viene richiesto di lasciare la tavola e andare dai nostri amici per scoprire insieme a loro che Gesù è veramente vivo e che ci chiama tutti insieme a diventare un popolo nuovo – un popolo della resurrezione. «Ciò che è avvenuto lungo la via e intorno alla tavola è l’inizio di una vita di missione, vissuta tutti i giorni della nostra vita. Formare una comunità con la famiglia e gli amici, costruire un corpo d’amore, formare un popolo nuovo della resurrezione» (H. Nouwen, La forza della sua presenza). L’eucarestia è sempre missione, perché ci ha liberato dal nostro paralizzante senso di perdita e ci ha rivelato che lo Spirito di Gesù vive dentro di noi, ci dà la forza di uscire nel mondo e di portare la buona notizia ai poveri, la vista ai ciechi, la libertà ai prigionieri e di proclamare che Dio ha mostrato di nuovo il suo favore a tutte le persone; ma non da solo, siamo inviati con i nostri fratelli e le nostre sorelle, sapendo anch’essi che Gesù vive dentro di loro (cf. ivi).

Fare comunità significa dare slancio alle relazioni (CEI, Ripartiamo insieme). È necessario che tutti quanti noi in parrocchia facciamo un passaggio: Dalla comunione, alla comunità, al ministero. Dobbiamo avvicinarci sempre più innanzitutto a quella comunione eucaristica che è anche però comunione ecclesiale per poi farsi partecipazione nella missione. «Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”. Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare. Non c’è bisogno di dire a che serve il dialogo» (FT 198).

In questo, con i vari collaboratori e i Consigli parrocchia, abbiamo evidenziato dovrà essere  l’impegno di tutta la pastorale di questo anno, che ha bisogno di dare risposta alla necessità di ciascuno di prendersi cura dei legami, che per troppo tempo e in maniera inaspettata ci siamo trovati a dover distanziare. Avremo però anche bisogno di alcune ricucite affettive e di trovare nuove forme esistenziali, che mettano al centro anche la parola di Dio e la carità.

Chi può metta, chi non può prenda”. Questo il motto di San Giuseppe Moscati che esibiva il cappello all’uscita del suo ambulatorio con questa scritta e ai bisognosi faceva trovare una banconota nascosta nel foglio di diagnosi ripiegato o sotto il cuscino. Un’ immagine forte che ci aiuti in questo nuovo anno pastorale, attraverso le diverse iniziative di carità e di evangelizzazione, a far diventare preghiera orante la nostra quotidianità, fatta di gesti e di parole rivolte a quel “noi” che racchiude in sé la presenza di Dio. Nel “cappello” metteremo certamente cose materiali, beni di necessità, ma potremo mettere e prendere il nostro tempo, le nostre conoscenze, i nostri sforzi, le nostre preghiere, i nostri affetti.

Riprendere con calma le attività parrocchiali – suggeriscono i Vescovi – per destinare un tempo disteso alla formazione, all’ascolto e a processi decisionali che coinvolgano l’intera comunità. Attenderemo probabilmente l’Avvento per iniziare gli incontri di catechesi, in presenza e\o a distanza, e useremo questo tempo per la formazione, l’ascolto, la cura dei legami tanto necessaria.

La famiglia è casa che custodisce

Sarà fondamentale, sia per ragioni di metodo che primariamente di chiamata vocazionale, assumere la catechesi nelle famiglie. Essa è il luogo della presenza di Dio che si mostra nella vita quotidiana attraverso l’amore sponsale e i figli. «Per i genitori cristiani – infatti – la missione educativa radicata nella loro partecipazione all’opera creatrice di Dio, ha una nuova e specifica sorgente nel sacramento del Matrimonio, che li consacra all’educazione propriamente cristiana dei figli» (Familiaris consortio 38).

I genitori credenti, con il loro quotidiano esempio di vita, hanno la capacità più coinvolgente di trasmettere ai propri figli la bellezza della fede cristiana. “Affinchè le famiglie possano essere sempre più soggetti attivi della pastorale familiare, si richiede uno sforzo evangelizzatore e catechistico indirizzato all’interno della famiglia, che l’orienti in questa direzione” (Amoris Laetitia 200).

Pertanto la preghiera familiare e l’ascolto della Parola in casa faranno da pilastri in questo anno pastorale, così che il servizio dei catechisti servirà solo a sostenere e forse non più “sostituire” il mandato missionario degli sposi e dei genitori. Non sarà più possibile delegare l’educazione cristiana agli “specialisti della fede”, ma la Chiesa e quindi la nostra parrocchia è chiamata a collaborare con delle azioni precise affinché gli stessi genitori possano adempiere la loro missione educativa, diventando anzitutto i primi catechisti per i propri figli. (cf. Direttorio per la catechesi 124). Non ci spaventiamo, l’annuncio del Vangelo può essere anche sussurrato, San Pietro direbbe infatti che consiste nel “dare ragione” agli altri della propria speranza; per questo la ripetizione letterale dell’annuncio di per sé non ha efficacia, e può cadere nel vuoto, se le persone a cui viene indirizzato non hanno occasione di incontrare e pregustare in qualche modo la tenerezza di Dio verso di loro, e la sua misericordia che guarisce (cf. Papa Francesco, Senza di Lui non possiamo nulla).

Dare centralità alla domenica e all’accompagnamento di ciascuno dei passaggi di vita saranno invece gli obiettivi dei nostri operatori, che anche se forse “disorientati” dal repentino cambio di rotta pastorale, sapranno trovare in Cristo e nella Chiesa madre la luce per il servizio da svolgere, anche grazie ad un attento e continuo sostegno del nostro Vescovo e ai percorsi formativi che la Diocesi e la parrocchia offriranno. La nuova edizione del Messale Romano, ci permetta anche di ritrovare freschezza in quella preghiera costante che la comunità eleva a Dio e di domenica in domenica offre per il bene di tutti i fratelli.

La catechesi, dovrà in questo tempo, capire come affrontare le questioni importanti del senso della vita, la corporeità, l’affettività, l’identità di genere, la giustizia e la pace, in quest’era in cui il digitale rimane uno strumento privilegiato per poter superare i limiti imposti dalla pandemia, pur sapendo che dal social si dovrà transitare nella comunità ecclesiale, luogo in cui l’esperienza di Dio si fa comunione e condivisione del vissuto (cf. Direttorio per la Catechesi 372).

Carissima comunità è tempo di missione, oggi quanto e più di ieri; è tempo di fraternità, che indica nel sommo Pontefice la via maestra; è tempo di ricreare possibilità ai più giovani e non solo; è tempo di amare Dio, pane della vita.

Siamo cristiani nella storia, scrivevo in una lettera qualche settimana fa, una storia che va vissuta nella sua interezza, senza pensare di poterla nascondere, una storia nella quale siamo noi a vivere e come sempre è avvenuto nei periodi bui del passato, rimarremo fedeli a Dio e troveremo le strade giuste di cammino. Ci lasceremo guidare dal vento dello Spirito Santo che ci rivelerà ogni cosa e ci consentirà di abitare con pienezza questo tempo.

Ci incoraggi ad andare avanti il “sacrificio eucaristico” che Mons. Giovanni D’Alise ha vissuto nei giorni scorsi, senza sconti e senza riserve, donandosi alla Chiesa fino a dare la vita. Egli che ora gode della visione beatifica di Dio, sostenga i nostri passi perché incrocino con solerzia i passi di Gesù viandante e pellegrino in mezzo agli uomini, e in un momento storico in cui le cure mediche sembrano essere priorità, ritornino le parole di Giuseppe Moscati: «La prima medicina è l’infinito Amore»

Sorelle e fratelli affidiamoci alle braccia amorevoli di Maria, Vergine di Fatima, perché sempre ci aiuti nel cammino, ci ispiri serenità e lenisca la fatica, e del Beato Carlo Acutis, perché ci aiuti a essere originali e non fotocopie, così come Dio ci ha creati, vivendo la santità nella vita di ogni giorno con semplicità e gioia; e tu “O Gesù, attiraci a te (S. Teresa di Gesù).

Con affetto paterno, vi benedico di cuore.

Don Daniele Palumbo

 

Lettera del parroco alla comunità per l’inizio dell’anno pastorale

2020/2021

Ariano Irpino, 10 Ottobre 2020

Memoria di San Daniele Martire