La parrocchia di San Pietro e la devozione a S. Antonio


In un antico documento, conservato nell’archivio parrocchiale di S. Pietro, sono riportati gli statuti
disciplinanti l’attività della collegiata, dell’abate e dei canonici assegnati. Proprio da tale
documento, risalente al 10 febbraio 1786, possiamo attingere altre interessanti notizie sulla vita
della parrocchia. Infatti al capitolo 1° venne riportato “Uno dei Reioni (rioni), che questa Regia e
sempre fedelissima Città di Ariano compongono, e tra essi l’ampiezza del di lui giro, e per la
moltitudine dei suoi abitanti, ascendenti al numero di circa duemila, il più grande si è quello della
Guardia, che per contenere nel suo recinto la più numerosa Parrocchia della Città, e per trovarsi
quella attesa la di costei lunga estenzione non poco lontana dal Vescovado, ossia Cattedrale situata,
fin dai secoli rimoti ha avuto pei Sacrifici per l’amministrazione dei Sacramenti, e per la pratica
degli Atti di Religione la sua propria Badiale e Collegiata Chiesa sotto il glorioso titolo del Principe
degli Apostoli S. Pietro”.
Dallo stesso documento apprendiamo, in merito all’abate, che “per essere egli Prima Dignità di
Collegiata, richiedesi a tenore del Tridentino (Concilio), e della polizia del Regno d’essere Dottore,
o Laureato in pubblica Università”.
Nel territorio parrocchiale, un tempo, sorgevano: due cappelle, dedicate una a Santa Maria di
Costantinopoli e l’altra alla Madonna dell’Arco; il convento di San Bernardo, e la chiesa del
Calvario. Di detti edifici oggi ne conserviamo solo la memoria.
Tommaso Vitale apprendiamo che la chiesa dedicata a S. Maria di Costantinopoli fu eretta nei
pressi della porta della Guardia dalla famiglia Spaccamiglio “che vicino avevano la loro abitazione;
come, oltre la costante tradizione, dimostravano le di loro armi gentilizie, che vi erano nella nicchia
superiore alla porta di essa Chiesa ”. 1
Il nostro storico non conosceva l’anno di erezione del sacro tempio, per questo precisò “In qual
tempo precisamente fosse stata eretta s’ignora, ma ciò non ostante si vuole, che detta famiglia
seguisse l’esempio de’ Napoletani”, spiegando che costoro dedicarono alla madre celeste un altare
in occasione della peste che infierì nel 1528.
Se così fosse allora possiamo sostenere che la chiesa dovette essere eretta ad Ariano nel 1656, anno
in cui tale nefasto morbo colpì la nostra gente.
Altre utili informazioni su tale chiesetta ci vennero fornite da Nicola Flammia, il quale scrisse “S.
Maria di Costantinopoli alla porta della Guardia, bellina e ricca di fregi, fatti da Liberato Caroselli,
che ne è il custode. ‘E pulita, provveduta di parati; vi si fa festa l’8 settembre, e vi si dice la messa
nel sabbato. Peccato che il Burrone sottostante ne minacci la rovina”. 2
Da questa descrizione apprendiamo che l’edificio sorgeva sul fosso definito e conosciuto “della
Madonna dell’Arco”, oggi sul suo suolo sorge la casa della famiglia Garofoli.
Nella detta chiesa dedicata alla Madre celeste vi era il culto per Sant’Antonio, rappresentato nella
statua in abito monacale con Gesù Bambino, poggiato sulla mano destra, e con il giglio bianco
simbolo del candore della purezza portato nella mano sinistra.
La festività, celebrata il 13 giugno di ogni anno, era preceduta da una solenne e frequentatissima
tredicina, composta da preghiere ed invocazioni al santo miracoloso. Poi il culmine della festività,
preceduto dalla celebrazione di molte messe, era la processione della statua per le principali vie
dell’intera città.
Tale processione nel passato doveva essere una prerogativa esclusiva della citata chiesa, creando in
tal modo un certo risentimento in qualche parroco, come si può desumere da un documento della
prima metà del secolo scorso.
Nel registro della cronaca della parrocchia di S. Nicola in San Domenico il parroco don Giuseppe
de Leo per l’anno 1926 lasciò scritto alcune considerazioni sull’andamento della vita parrocchiale e
1 T. Vitale “Storia della Regia città d’Ariano e sua Diocesi”, pg. 282.
2 N. Flammia “Storia della Città d’Ariano”, pag. 159.

sui desideri dei suoi parrocchiani. 3 Scrisse “Il popolo reclama, festaiolo com’è, qualche festa
esterna e si pensa alla festa di S. Antonio. ‘E invitato un Concerto Musicale. Si pensa ad una
illuminazione del tratto della Nazionale, in cui si estende la Parrocchia”.
Fin qui nulla da eccepire, ma il parroco subito dopo aggiunse “Incomincia il bersaglio, l’ostacolo
della Commissione della festa di S. Antonio della Chiesa di Costantinopoli, che reclama per se il
diritto di feste esterne di S. Antonio, di processioni e quello che è più importante di questue”.
Era soprattutto su quest’ultimo punto che risiedeva il motivo del dissenso, perché si trattava di
raccogliere il denaro sufficiente a fronteggiare le spese impegnate per la cosiddetta festa civile.
Da ciò si desume che la celebrazione della festa religiosa e civile, come la solenne processione
doveva spettare, per antica tradizione, al rettore della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli.
Ritornando al citato documento possiamo ancora leggere “Si raccolgono circa £. 4.000, ma si arriva
alla spesa di circa £. 7.000. Nel rendiconto mi vedo abbandonato da tutto. Faccio però, con mio
denaro, fronte agl’impegni! Ciò mi rende più conto e meno proclive ad ascoltare il consiglio e le
preghiere dei festaioli, considerando, da sacerdote, che le feste della Chiesa Cattolica debbono
essere feste interne, feste di raccoglimento, colla frequenza dei sacramenti, che instaurano lo
spirito”.
Benché avesse fatto tali considerazioni, dettate forse dalla deludente riuscita della festa in forza
della mancata raccolta di denaro, il parroco de Leo fece altre annotazioni per l’anno 1934. Scrisse
“Nella chiesa, da immemorabili, vi è la Statua di S. Antonio, per cui ci è affollamento durante la
tredicina. Fin dal primo anno del mio possesso portai in processione la Statua, in modo solenne per
le vie di Ariano. Dandosi anche una festa esterna”.
Proprio tale festa esterna, si direbbe oggi civile, diede origine ai contrasti con quella fatta nel rione
della Guardia, perché ribadì “Per questo ebbi tanta noia da una commissione di laici della Chiesa di
S. Maria di Costantinopoli i quali ricorrevano a tutte le arti, pensando di avere il monopolio delle
feste di S. Antonio, ottima scusa per la campagna per la questua del grano, del granturco ecc.
dovendo sopperire, come affermano, alle deficienze del bilancio della festa”.
Non mancò di coinvolgere nella sua critica anche il sacerdote responsabile della cura di detta chiesa
di S. Maria, dato che riportò “Il Rettore di quella Chiesa si associò a quei laici nel darmi noia.
Compreso il casino ho pensato solamente all’incremento del culto del Santo, istituendo anche la
festicina interna della Lingua di S. Antonio”.
Da tali notizie si desume che nella chiesa di S. Maria di Costantinopoli si praticava il culto per S.
Antonio e che da tempo immemorabile si solennizzava la festa dedicata al Santo non solo con le
pratiche religiose, ma anche attraverso una affollata processione ed una festa civile che coinvolgeva
tutta la città e che era sostenuta da tutti i fedeli.
La devozione popolare si manifestava anche attraverso gesti e comportamenti significativi
soprattutto se alla richiesta di una grazia era seguito il miracolo fatto da Sant’Antonio. Ecco allora
che i nostri contadini mostravano la loro sincera gratitudine con la pratica di “li tririci verginelle”
che in processione, scalze e con i capelli sciolti, accompagnavano il miracolato partendo dalla sua
casa.
Lungo la strada le “verginelle” intonavano il seguente canto:
“Sant’Antonio miu bello
Mo’ si partuno li verginelle.
Lu iuorno tuio ea vinuto
Ci vinimo a livà lu vuto.
Tutte scalze e scapillate
Sonno razie ca c’ià mannato.
Sant’Antonio miu bello
C’ià libbirato stu nuosto fratiello (o sorella, se donna).
3 Il documento in copia è in possesso dello scrivente. L’originale è conservato dal padre Francesco Plumidallo,
cappuccino, nell’omonimo convento di Apice. La cronaca fu continuata dai padri cappuccini che ressero la citata
parrocchia dal 1953 al 1988, anno in cui abbandonarono la città e diocesi di Ariano.

Stu nuosto fratiello (o sorella) ca c’ià libbirato
So li razie ca c’ià mannato.
A lu spitale grave steva,
Sant’Antonio l’assisteva.
Si vutavo e si ggirava
Sant’Antonio lu uardava.
Sant’Antonio miu bbello
Ca sta rint’a sta cappella,
Sta cappella alluminata,
So’ tutti li rrazie ca c’ià mannate.
Sant’Antonio miu bbello
Proia ‘na mano a li virginelle,
Si nu’ ngi la vo rà
Sant’Antonio votiti a pietà.
Am’arrivato a lu sacru raro
Qua c’iavima ‘ndinucchià
A lu sacru alitare ama i a prià.
Sant’Antonio miu bello
Stamuci bbuono a l’anno chi vene
Si nu ‘nci virimo di viso
Ci virimo ‘mparaviso.
Antonio Alterio